Come è cominciato
Quando mi è caduto lo sguardo sulla locandina nella quale si cercavano volontari per aiuto compiti ho pensato che ero troppo adulta per questo genere di cose, non ne avrei avuto la pazienza e nemmeno le competenze. Riflettendoci meglio, si trattava di un paio d’ore il sabato mattina e non c’era proprio niente e nessuno (per quanto mi sforzassi di cercare) che mi servisse come alibi in termini di impegno prioritario.
Quei sabati mattina, al tavolo di un fumoso circolino di quartiere con una decina di bambini di varie classi elementari e di varie provenienze, sono diventati un appuntamento al quale non avrei rinunciato e – quando la pandemia ha reso impossibile questa opportunità – ho aderito volentieri al passaggio indispensabile alla didattica a distanza, dove e per chi fosse possibile. Tutti sappiamo come sono andate le cose e non serve tornarci su. I sabati al circolino sono scomparsi ma al loro posto un filo rosso mi ha messo in contatto con quello che, in tanti anni a Milano, pensavo fosse solo una battuta: l’Asilo Mariuccia.
Ancora una volta mi sono chiesta se ero io la persona giusta: la proposta arrivava da un’organizzazione strutturata e codificata e questo mi pareva troppo vincolante perché avrebbero avuto delle aspettative che mi avrebbero messo a disagio. Ma si trattava di un bambino di 7 anni – uno dei reduci dall’isolamento del Covid – con difficoltà a leggere e scrivere, e sarebbe stato in presenza a casa sua. Tutto molto più comodo, pensavo, quindi okey.
Questo bambino, A., una cascata di capelli neri, ben tre lingue (spagnolo, arabo e italiano) in testa e una furba diffidenza per le proprie capacità di apprendimento, è stato il mio primo cliente. Non uso questo termine a caso. Dopo qualche chiacchiera per conoscersi e qualche palese ostilità all’idea di LAVORARE con me ho capito che dovevo adottare una tattica “aziendale”, ma ci tornerò tra poco.
Perché ho accettato
Dopo il primo contatto con FAM e le sue persone, e dopo essere entrata negli uffici ed in alcuni appartamenti dove le famiglie sono ospitate, ho ripensato ad una affermazione che ho sempre condiviso: fare la cosa giusta è importante quanto farla nel modo giusto. Organizzare il sostegno richiede una mente amministrativa, oltre che empatica, e persone che sappiano fare i conti ogni giorno con ciò che si promette e si può mantenere. E FAM mi ha ispirato fiducia. Ma torniamo ai miei “clienti”.
Il primo incontro: quale parte non è chiara de “il mio tempo vale quanto il tuo”?
La parte delicata nel proporre a titolo gratuito il proprio tempo non sta nell’assenza di una remunerazione ma nel farne capire il valore. Ero consapevole che dentro le famiglie seguite da FAM le priorità erano ben altre e tenere a mente una data ed un orario –che andava confermata PRIMA e non dopo – si sarebbe rivelato molto complicato, quindi ho messo a punto due strategie: la prima consisteva nel mandare un messaggio alle mamme il giorno prima per ricordargli l’incontro del giorno dopo ed evitare perdite di tempo, la seconda è stata stipulare un vero e proprio “contratto” con il figlio.
I bambini sono molto più competenti di quanto sembri in fatto di costo/ricavo. Incontrandoli la prima volta, mettevo subito in chiaro un principio: il mio tempo non avrebbe avuto un costo per la sua mamma ma, o lo usavamo bene o lo avrei destinato a qualcun altro. Non eravamo obbligati a lavorare insieme (e sottolineo lavorare). Quando ho esposto ad A. questo ragionamento mi sono sentita un verme. Gli stavo dando una responsabilità, con quale diritto?
Non so come mi sia venuto in mente, gli ho detto che per correttezza e rispetto nei suoi e miei confronti, avremmo scritto un CONTRATTO: un accordo in base al quale solo se avessimo lavorato bene insieme, ottenendo risultati, e ci fossimo pure divertiti, ALLORA avremmo proseguito nella collaborazione. Come “rinforzo” dell’accordo, ogni lezione avrebbe avuto un punteggio. I punti sarebbero stati riscattati in figurine Pokemon. A fine anno scolastico, come premio sarebbe arrivato un libro a sua scelta. Naturalmente se in qualsiasi momento le cose NON avessero funzionato, l’accordo sarebbe stato sciolto. Da parte mia, l’investimento sarebbe stato ripagato in un disegno suo tutto per me. Data, Firme e Stretta di Mano.
Con A. l’abbiamo rinnovato l’anno successivo, a parità di condizioni ma senza disegno, che come ammortamento uno bastava…
Quando A. ha saputo che oltre a lui seguivo altri ragazzi mi ha detto con molto orgoglio che mi aveva fatto pubblicità e quindi dovevo a LUI il MIO successo. Gli ho confermato che quando mi proponevano un altro studente rispondevo “chiamate il mio agente!”.
Con i bambini bi o tri lingue ho imparato che per coinvolgerli a leggere e scrivere in italiano devono trovare prima la loro vena di orgoglio territoriale. Il primo strumento che mi procuro (e che gli lascio in dotazione, con tanto di loro nome e cognome in modo che sia una loro proprietà) è un Atlante geografico (e trovarne uno STAMPATO è ormai un’impresa). Vedere dove, a che distanza, che forma ha il paese di origine e l’Italia e quale percorso ha fatto il volo, o altro mezzo, che li ha portati qui a Milano ha un grande potere su di loro, così come parlargli del fatto che – a differenza dei loro compagni italiani – possono pensare e sognare in più lingue. Se scatta questo aggancio…ingrano la seconda.
I mostri: leggere e scrivere
La montagna più difficile da scalare è la lettura. Un mostro. A tutte le età. È un concetto sconosciuto anche alle madri/padri/fratelli che comunicano sempre a voce o via cellulare. Non è tanto l’imprinting che manca quanto l’attrazione per le vite degli altri. Questi bambini hanno un libro interiore che non sarà mai scritto ma che potrebbe diventare un best-seller se solo fosse raccontato. E allora bisogna iniziare dalla voce: se non ci sono state le fiabe della buonanotte devo essere io a rendergli familiari le storie raccontate: ogni personaggio ha una voce, le intonazioni e la respirazione nei punti e nelle virgole, nei punti interrogativi ed esclamativi. I “leggo io poi leggi tu” piano piano ci fanno arrivare a provare un barlume di piacere a condizione che ci si arrivi ridendo come matti. La calligrafia è un altro paio di maniche: stampatello sempre-e-comunque. La proposta di passare ad una propria personale calligrafia è una battaglia. La scrittura è invece spesso una rivelazione: gli dico di partire sempre dalla propria esperienza per scrivere o descrivere qualsiasi tema e in questo modo emergono storie di nonni, case, cibo, abitudini che sono dentro di loro e che, una volta “messe in bella” e rilette, li sorprendono, come se non si aspettassero di poterle esprimere.
Non serve elencare la lunghissima serie di esperienze fatte di momenti, parole ed espressioni che abbiamo accumulato nelle ore insieme. Un capitolo a parte è la relazione che si costruisce con le mamme per le quali – data l’età anagrafica – finisco sempre con l’essere associata alle loro stesse madri o nonne. Entrargli in casa (seppure temporanea) e sedermi accanto al figlio – mentre dall’altra camera ascoltano ogni parola, calcolo, lettura – è una specie di scuola anche per loro. Una mamma che mi ha sentita ripetere più volte che “leggere è divertente e ci rende migliori” un giorno mi ha fatto vedere che aveva comprato un libro di seconda mano, con 2 Euro. Il primo libro per LEI.
Oltre ai più piccoli (livello di elementari “post-Covid”), si sono aggiunti studenti più grandi. L’adolescenza in una casa FAM è stata per me una doccia d’ansia: già va maneggiata con cura in circostanze normali ma in questo contesto è un terreno minato. Non era il caso di comportarsi da prof. ma nemmeno da amica. La carta da giocare era la solita: non siamo obbligati a piacerci e lavorare insieme. Posso essere il tuo “sparring partner” quando devi studiare, posso farti lo schema, la scheda, il riassunto, la traccia, ma se mi subisci per fare contenta tua madre allora io destino il mio tempo altrove. Ha funzionato e, come pause lavoro, sono arrivate anche delle belle chiacchierate su molti argomenti, anche tosti.
I Mostri: Matematica e affini ed i laboratori
È il caso di chiarire: trattare medie e liceo è stato per me come iscriversi all’università della terza età. Mi sono rimessa a studiare latino, matematica, geometria e molto altro visto il gap tra quello che avevo studiato io ed i metodi didattici attuali. Il sistema è: mandami la fotografia del testo, del problema, dell’esercizio PRIMA di lavorarci insieme. Studio e mi preparo e POI lo affrontiamo. All’inizio non gli avevo confessato la mia ignoranza e soprattutto non gli avevo detto di avere un marito “braverrimo” in matematica (e che si ricorda pure il latino.. chiaramente un nerd) quindi a valle di uno sfruttamento di manodopera domestica potevo presentarmi in tutto il mio splendore esponendo DISEQUAZIONI come bere un bicchiere d’acqua. Poi però la verità è venuta a galla. Ho perso un po’ di credibilità ma mio marito è diventato chiedialui.it che, insomma, facciamo prima…
Quando viene assegnata la lettura di un libro è un calvario ma anche una conquista. Ho escogitato varie soluzioni: la versione film, l’audio-libro quando disponibile, io stessa ho registrato tutti i capitoli di un libro per far passare la lettura dall’ascolto. Alla fine è stato più efficace leggere insieme (cioè io) e fermarsi quando le parole sono difficili o davanti a riferimenti che non sono noti. Tra un capitolo è l’altro sono nate molte chiacchierate. La divagazione è una furbizia ma anche un filo rosso molto interessante.
Una delle ragioni per le quali investo tempo, attenzione e pazienza è che voglio ridurre al minimo le occasioni di umiliazione – almeno scolastica -per questi ragazzi. Non sono diverse tra elementari, medie o liceo. Tutte bruciano allo stesso modo: non capire i compiti, non avere gli strumenti, non dare un contributo al lavoro di gruppo, e quant’altro, sono come colpi di gomma da cancellare sullo stomaco. Vedersi assegnare un lavoro creativo fatto di materiali diversi, luci, fotografia, luoghi della città o stampe, e non avere risorse, può significare una mortificazione inevitabile, che proprio non digerisco. Ma il mio compito non è quello della ghost-writer che fa-al-posto-suo. Così come gli attori recitano (BENE) una parte che non hanno scritto loro, il lavoro che va portato a scuola va cucito sul ragazzo, e deve diventare suo finché se lo senta addosso perfettamente. Ho passato molte ore facendo esercizi e prove su come presentare alla classe. Ci vuole voce, presenza, convinzione, un po’ di ironia se possibile, e soprattutto imparare a non essere sempre il bruco di sé stesso. Mio padre mi ripeteva spesso che fatto 10 una persona, 5 è come si presenta, 3 è come si esprime e 2 è quello che dice.
Dare e avere
Potrei continuare per pagine e pagine perché ci sono tantissimi momenti memorabili nei percorsi con questi ragazzi e con le loro madri. Non c’è mai stata una volta che non abbia ricevuto più di quanto abbia portato. Anche quando ho dichiarato che non avrei continuato ad occuparmi di un ragazzo la crisi è servita per trovare consapevolezza: imparare a organizzarsi meglio e avere cura di come ci si pone nei confronti di chi – come me – è una risorsa da “usare bene”.
Mi chiedo spesso come sia possibile che molte persone avanti con gli anni, che hanno alle spalle il lavoro e l’organizzazione della famiglia o la gestione di genitori, non siano disponibili a mettersi ad un tavolo e spiegare due tabelline o anche solo leggere una storia. Non parlo di “nonni putativi” ma di donatori di attenzione.
Aiutare-a-casa-nostra ragazzi e ragazze (le cui famiglie somigliano molto a quelle dei nostri bis o bisbis nonni andati per il mondo) è solo buon senso. E buon tempo.
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