È un romanzo che parte dal giallo, ma diventa un viaggio dentro l’assenza, dentro ciò che non torna, dentro l’incidente che cambia ogni aspettativa. Simone Palucci immagina un protagonista che un giorno viene investito da un’auto pirata il giorno di San Valentino mentre andava dalla fidanzata con un mazzo di viole e rose: l’origine del disordine, il punto di cesura tra prima e dopo. È un romanzo scorrevole, a tratti surreale, con trovate originali che sorprendono il lettore ma non lo distraggono dal dolore che fa da sfondo a ogni svolta narrativa. La storia diventa metafora: l’incontro tra la vita e un evento che annulla ogni stabilità, ogni progetto, ogni certezza. E allora la domanda si fa inevitabile: che succede quando si perde la traiettoria, quando si resta feriti anche se si è vivi, quando una ferita non si vede ma si sente come un vuoto ingombrante? E poi c’è lui: un ragazzo qualunque. Che scopre, un giorno, che il mondo si può attraversare anche con la lingua. Con la parola, la lettura, la scrittura. Con la cultura come nave e come zattera.
Palucci non indulge al melodramma, non si abbandona a un tono patetico. Racconta il caos come soglia, il crollo come premessa di un possibile cambiamento. E chi legge capisce che non si tratta di un incidente narrativo, ma di una condizione esistenziale: la fragilità come discorso quotidiano, l’evento che chiama una rinascita. La domanda che il libro impone è: come si abita il dopo se non si sa neppure che quello stato esista? Chi accompagna, chi è chiamato a stare vicino, ha il compito di riconoscere che non tutti i traumi urlano, molti restano silenti. E in quel silenzio si gioca il senso della presenza adulta.
Questo romanzo è utile a chi vuole riflettere sul disagio non come problema da risolvere, ma come segnale da ascoltare. Serve nei contesti educativi dove il trauma non si manifesta con atti eclatanti ma con cambi di traiettoria, con fermate brusche, con respiri più lenti. Serve perché ci ricorda che il personaggio non ha scelto il suo destino, ma lo riceve come un bosco nei vestiti: lo avvolge, lo invade, lo trasforma. E l’adulto che legge questo libro, se ha occhi veri, capisce che la cura non è cercare di far tornare tutto come prima, ma accompagnare in un percorso dove la mappa non c’è più.
Il romanzo scorre, non trascura dettagli, non evita l’ironia quando serve, non ha paura del grottesco. Ma resta un invito: stare nell’intervallo, guardare il buco che si apre e non chiuderlo con parole rassicuranti. Se vogliamo davvero prenderci cura di chi resta ferito — dentro o fuori, dentro un corpo o dentro una traiettoria — dobbiamo imparare a vedere il vuoto anche quando sembra invisibile. E questo libro ci insegna che per farlo serve più coraggio della diagnosi, più rispetto del giudizio, più presenza della parola taciuta.