“Non è che non voglio, è che non riesco". Il buio dell’attesa e il bisogno di essere visti.
Con l'acronimo "NEET" (Not in Education, Employment or Training) si comprendono i giovani che non studiano, non lavorano né sono impegnati in attività di formazione. Non è solo una condizione statistica: è una postura esistenziale. È un modo di stare — o di non riuscire a stare — dentro al proprio tempo.
E "Confessioni di un NEET", romanzo intimo e sotterraneo di Giuseppe Frizziero, è il tentativo letterario di raccontare questo stato d’attesa.
Giuseppe ha trent’anni e vive nella sua stanza, a casa dei genitori. Ha una laurea in Lettere, una passione per la scrittura, una rabbia silenziosa che non esplode. Ma soprattutto ha uno sguardo. E in queste pagine, che si leggono come un diario di scavo e trattenimento, lo sguardo non è mai rivolto all’esterno, alla società colpevole, ma all’interno. È la parola che si guarda allo specchio.
Il ragazzo non si ribella, non si espone. Ma prova a dire. A spiegare il silenzio. A far sentire che anche nel niente si vive.
Queste pagine hanno il ritmo della sospensione, il peso del non detto. Non celebrano la rinuncia: la raccontano dal di dentro. E nel farlo, rivelano una cosa semplice, scandalosa, urgente: la paralisi non è un’assenza di volontà, ma un’interruzione del desiderio.
Cosa può fare, chi educa, davanti a questo tipo di solitudine? Come si sta accanto a un figlio, a un allievo, a un giovane adulto che non riesce a chiedere nulla, se non che la luce della sua stanza resti accesa?
Chi legge queste pagine, se ha occhi buoni, impara che il primo passo non è stimolare, ma vedere. Vedere la stanchezza, la vergogna, la paura di deludere.
Vedere e non forzare, non andarsene. Stare, anche quando sembra inutile. Anche quando sembra troppo tardi.
Il protagonista di Frizziero non ha tagliato i ponti: li teme, li osserva da lontano. È un ragazzo che non ha smesso di cercare, solo non sa da dove cominciare. E ogni pagina che scrive è un tentativo di parlare con sé stesso prima che con il mondo. Come chi si siede in analisi ma ancora non trova le parole.
Eppure, è lì. È presente.
Questo libro è anche questo: un gesto di presenza.
Un modo per dire: “Non è che non voglio. È che non riesco. Ma ci sono.”
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