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Adolescenza zero. Hikikomori, cutters, ADHD e la crescita negata

Tra ritiro sociale, diagnosi e silenzi generazionali, il saggio di Laura Pigozzi si interroga sul modo in cui adulti ed educatori guardano il disagio adolescenziale.

A cura di Fabio Cavallari

Una generazione che si spegne

L’adolescente non è un sintomo. È una domanda radicale. C’è una generazione che non urla, ma si taglia. Che non fugge, ma si chiude a chiave. Che non trasgredisce, ma si spegne lentamente, davanti a uno schermo o dentro una stanza. Una generazione che non ha perso solo la voglia, ma la direzione del desiderio. Laura Pigozzi la chiama adolescenza zero. Zero come punto morto, come silenzio, come nodo tra corpo e parola che non si scioglie.

Le etichette che rassicurano gli adulti

Hikikomori, ADHD, cutters, depressioni precoci: i nomi si moltiplicano, ma rischiano di diventare alibi, archiviazioni, diagnosi che rassicurano chi guarda senza ascoltare. Invece l’adolescente non è un enigma clinico da decifrare, è una domanda radicale che non sa più dove rivolgersi.

Il compito difficile di chi accompagna

E chi accompagna questi ragazzi, chi li educa, chi li incontra nei corridoi di una scuola o nei centri educativi, ha il compito più difficile: accettare che il disagio non è qualcosa da eliminare, ma da attraversare. Che dietro ogni ritiro c’è una fame di relazione, e dietro ogni chiusura un’implosione di significati non accolti. L’adolescente non sa ancora chi è, ma sa perfettamente dove sente il vuoto. Pigozzi ci ricorda che non si può crescere se non c’è nessuno che tiene lo sguardo, che regge la distanza, che non scappa quando tutto sembra perduto.

Una pedagogia del vuoto

È una pedagogia del vuoto quella che serve, una presenza che non riempie ma sostiene, che non anticipa ma rimane. È difficile, è lenta, è silenziosa, ma è l’unica che funziona. Perché nessuno cresce davvero se non si sente accolto nella propria disarmonia. Questo libro non è per chi cerca ricette, è per chi vuole sporcarsi le mani con il dolore, il tempo e l’enigma dell’essere giovani oggi. È uno strumento, sì, ma anche uno specchio. Ci chiede: siamo pronti a non capire tutto? A non etichettare subito? A stare accanto anche quando l’altro non parla? Se la risposta è no, perderemo ancora intere generazioni. Se la risposta è sì, forse possiamo imparare una cosa elementare e rivoluzionaria: che l’adolescente non va guarito, ma riconosciuto. E che non è mai davvero in ritardo. È solo in attesa di un adulto che sappia stare.