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La voce degli esperti

25 Novembre Giornata contro la Violenza sulle Donne

Violenza su una mamma con i suoi figli: quando la fuga è coraggio.

“Daniel come una bestia feroce ha preso il polso di Ervis e gli ha infilato la manina nella minestra bollente”…

E’ un frammento della storia di Zina, 26 anni albanese, arrivata in comunità con i suoi due bambini Ervis e Ana, ci avvaliamo del racconto di Sofia Leda Salati pedagogista di FAM che meglio di chiunque altro ha conosciuto da vicino questa storia. Una storia di “riparazione” emotiva e psicologica nella cornice dell’accoglienza e dell’accompagnamento educativo.

“Non capisco come sono finita a terra. Eravamo a tavola, Ervis nel seggiolone e Ana accanto a me. La minestra bollente nella pentola, io che provavo a calmare Ervis, ma lui non smetteva di lamentarsi, aveva la febbre altissima. Daniel come una bestia feroce ha preso il polso di Ervis e gli ha infilato la manina nella minestra bollente. Ho urlato di lasciarlo. Questo era l’errore che Daniel aspettava: ha cominciato a spingermi e a colpirmi con pugni su tutto il corpo accusandomi con grida e insulti che volevo impedirgli di fare il padre. Anche questa volta la furia si placa. Daniel sparisce. Decido. Raccolgo quattro cose, prendo Ervis in braccio e Ana per mano, ed esco. Corro. Ho intrapreso una strada che non sapevo quanto lunga e faticosa sarebbe stata. Ho messo tutto il coraggio che avevo dentro. L’ho fatto per i miei figli”.

Zina, 26 anni, nata in Albania, in Italia da 4 anni, è arrivata in comunità con i suoi due bambini: Ervis di 14 mesi e Ana di 4 anni e mezzo. È una donna molto dolce. Parla italiano e da subito si dimostra attenta ai bisogni dei suoi due bambini. Zina, quando parla della sua storia appare tranquilla, come raccontasse la vita di qualcun altro. Emergono, sparsi nel mezzo di questioni routinarie, racconti di episodi di violenza grave da parte del marito. Colpisce come Zina, apparentemente, metta tutto sullo stesso piano: una discussione sull’orario della cena e un’aggressione fisica davanti ai figli.

Se Zina, in un primo momento, sembra vivere la situazione in uno stato di congelamento emotivo, la sofferenza dei suoi bambini colpisce profondamente gli educatori: Ervis non cammina e non gattona, si sposta trascinandosi sul pavimento, quasi volesse rendersi invisibile. Non prova a pronunciare parole, non emette suoni tipici della fase della lallazione, non sorride; emette solo un lamento, che modula in modo diverso a seconda di quello che vuole esprimere. Lo sguardo è molto attento, ma alcune tappe dello sviluppo sembrano essersi cristallizzate a molti mesi prima. Ana è una bambina che controlla tutto quello che si svolge intorno a lei. Durante il primo pranzo in comunità rimane nascosta nella tana che gli educatori hanno allestito nella grande sala comune. Nelle settimane successive Ana si relaziona con gli educatori: ne ricerca costantemente la compagnia, si siede accanto a loro, parla senza mai interrompersi.

Il lavoro educativo in una comunità residenziale richiede strumenti pedagogici, competenze umane e la capacità di rispettare i tempi delle persone. Gli educatori offrono un sostegno che deve sapersi adattare ai bisogni dei bambini, delle mamme e della loro relazione affettiva, proponendosi come base sicura per la riconquista dell’autostima e del benessere. Questo passaggio è fondamentale perché sia possibile per le donne affrontare i temi legati agli aspetti legali, all’autonomia abitativa e all’indipendenza economica, come acquisizioni autentiche e durevoli di autodeterminazione personale. Zina e i suoi bambini sono rimasti in comunità 18 mesi. L’équipe educativa, riconoscendo a Zina buone competenze genitoriali, ha lavorato nella cornice del decreto del Tribunale per i Minorenni, in rete con gli specialisti del territorio, per sostenere la mamma nel prendere contatto con le proprie sofferenze e nel rielaborare la propria storia di grave maltrattamento. In comunità i bambini hanno potuto sperimentarsi nello spazio sicuro di una quotidianità protetta e prevedibile, rimanendo accanto alla propria mamma.

Verso la conclusione del percorso di accoglienza, Ana ha ripreso a frequentare la scuola materna, con una voglia incontenibile di iniziare la scuola elementare vicino alla sua nuova casa, una casa ancora non definitiva, ma tutta per loro. Il piccolo Ervis è uscito dalla comunità camminando sulle sue gambe, dopo essersi riconquistato la capacità di sorridere. Zina, sostenuta dagli educatori ha ricostruito le proprie competenze professionali, scoprendosi brava nelle mansioni amministrative e trovando lavoro presso uno studio di avvocati. Insieme alla rete degli operatori, ha deciso di proseguire il percorso di accompagnamento educativo, trasferendosi coi figli in un appartamento della Fondazione, nel quale sperimentare maggior autonomia. Ha riscritto la propria storia e la storia della propria famiglia. A tutti coloro che lavorano nella Fondazione Asilo Mariuccia, ogni volta che una mamma e i suoi bambini concludono positivamente il percorso di accoglienza, è rimasta una bella sensazione, di futuro e riparazione. Sono rimasti i racconti di quella mamma, così giovane e gentile, che preparava un dolce albanese pieno di crema, amato da tutti, grandi, meno grandi e piccoli.